Only a pair of blue eyes (15° capitolo)

copertina

Capitolo 15
Una (scomoda) verità

 

Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente.
(Bertolt Brecht)

Nostro mondo, oggi

All’indomani, Kurt di buona mattina si avviò verso la casa del padre, dato che sapeva che l’uomo avrebbe aperto l’officina solo in tarda mattinata. Si assicurò di nascondere bene il libro, non doveva destare sospetti.
– Figliolo, non ti aspettavo! – esclamò Burt, non appena aprì la porta al figlio.
– Ti devo assolutamente far vedere qualcosa, possiamo entrare? – disse velocemente il ragazzo.
– Certamente. –
– Ok, cos’è successo? TI vedo sconvolto. – domandò il padre, una volta che si erano richiusi la porta alle spalle. –
– Ho scoperto chi ha lanciato la maledizione. –
Burt fu preso da qualche attimo di shock, ma riuscì a riprendersi subito. – Chi è stato? –
– Sue Sylvester. –
– Il sindaco? –
– Sì, lei. –
– Come hai fatto a capirlo? –
A quel punto il ragazzo tirò fuori il libro. – Non mi ero accorto prima perchè non era visibile ad occhio nudo. Ma quando ieri sera c’è stato il blackout al diner, prendendo la torcia ho notato qualcosa di strano. Con l’inchiostro invisibile c’era scritto ‘Proprietà di Sue Sylvester’. Il libro non può essere che suo. A meno che il vero colpevole non l’abbia incastrata, ma non saprei chi possa averlo fatto. – spiegò Kurt.
– Credo che non possa essere stata che Sue, nessuno è più perfido di lei in questa città. – disse Burt, mordendosi la lingua per evitare di parlare troppo.
– Quindi secondo te è stata lei? – domandò ansioso il ragazzo. – Non posso accusarla senza una prova. –
– Sì, direi di sì. E credo che il libro sia una prova più che sufficiente. –
– Perfetto. Quindi ora che si fa? Non posso semplicemente affrontarla. –
– Beh, una chiacchierata non sarebbe male. –
– Dici? –
– Certo. Devi finalmente dimostrarle che è arrivato qualcuno che può sconfiggerla. –
– Papà, non so davvero. –
– Coraggio! Non sei da solo, ricordi? – lo incoraggiò Burt. L’uomo in realtà non sapeva se fosse la cosa ideale gettare il figlio nella grotta del lupo, ma era ora che Kurt scoprisse con chi aveva a che fare.
– Sì, forse hai ragione. –
– Figliolo, mi dispiace salutarti ma dovrei andare al lavoro. –
– Oh, tranquillo. Io provo ad andare dal sindaco. –
– Buona fortuna, ne avrai bisogno. –
– G-grazie. –
Il ragazzo uscì dalla casa del padre, più spaventato che mai. Stava davvero per affrontare colei che aveva provocato tutto il suo dolore.
Vista la grandezza della cittadina, Kurt non ci mise molto ad arrivare al municipio. Entrò nell’enorme edificio, stranamente vuoto. Raggiunse velocemente l’ufficio del sindaco, non aspettandosi di trovarsi una ragazza, più o meno della sua età, come segretaria.
– Chi sei e cosa vuoi? – domandò la ragazza, con sguardo truce.
– Devo parlare con il sindaco, e non è necessario che tu sappia il mio nome. –
– Oh, io non direi. – ribattè quella, alzandosi dalla sedia.
– Becky, lascialo passare. – li interruppe una voce dall’interno.
Kurt a qul punto sorpassò la ragazza, facendosi strada verso l’ufficio.
– Kurt Hummel, ti aspettavo. – disse Sue, non appena il ragazzo chiuse la porta.
– Come fai a sapere il mio nome? –
– Oh, so molte cose su di te. –
– Sai anche che ti sconfiggerò? – domandò sfrontato Kurt, cercando di nascondere la paura che provava in quel momento.
– Cosa intendi per ‘sconfiggermi’? Non ho fatto nulla di male. – rispose quella con nonchalance.
– Beh, non sei molto convincente. Ho le prove che sei stata tu a lanciare la maledizione che ha colpito gli abitanti di questa città. –
– Questa è bella! Di che diavolo di maledizione stai parlando?! Non esiste la magia. – esclamò la donna.
Beh, sa fingere bene, pensò Kurt. O davvero non sa nulla? No, non può essere, la prova del libro è evidente, pensò poi. Dato che la donna però non ammetteva nulla, decise di tirare fuori il libro.
– Questa è una prova di quello che dico? – domandò il ragazzo con tono duro, sbattendo il libro sul tavolo. Sue sussultò visibilmente. Kurt non nascose il ghigno di soddisfazione.
– D-dove l’hai trovato? –
– Beh, in effetti è strano: in biblioteca. –
– Biblioteca? –
– Già. –
– Beh, comunque non è una prova di ciò che mi accusi. – replicò lei, cercando di riprendersi. Non si capacitava di come il libro fosse finito in biblioteca, era sempre stato nel suo ufficio.
– In effetti mi aspettavo più fubizia dalla donna che ha tenuto per due anni un’intera città sotto una maledizione. –
– Ti ripeto: non so di cosa tu stia parlando. –
– E’ insolito, perché qui c’è il tuo nome. – rispose Kurt, mostrando la firma di Sue sul libro. – Mi ci è voluto un po’, perchè era scritto con l’inchiostro invisibile, ma quando mi è comparso il nome è stato tutto molto chiaro. –
– Ripeto, non esiste nessuna maledizione. –
– La pagherai, Sue, stanne certa. – concluse Kurt, uscendo dall’ufficio.

Una volta che il ragazzo fu uscito, Sue chiamò la sua segretaria. – Becky, nel mio ufficio, ORA! –
– E’ andata così male? – domandò preoccupata la ragazza.
– Un disastro. Ha il mio libro. –
– Il libro della maledizione? –
Sue annuì in risposta.
– Come ha fatto ad averlo? –
– Non lo so, Becky, proprio non lo so. –

Kurt era molto scosso dopo il suo scontro con Sue: aveva praticamente affrontato il suo peggior nemico, e, nonostante con lei avesse cercato di essere sfrontato, in realtà tremava di paura. Non se la sentiva proprio di andare al lavoro, perciò mandò un messaggio a Mercedes dicendole che si sentiva proprio bene. La donna gli aveva subito risposto dicendogli di non preoccuparsi (era già stata avvertita da Burt dello scontro, ma Kurt non poteva saperlo). L’unico con cui Kurt voleva passare la giornata era suo padre, era l’unico che riusciva a capirlo davvero.
Raggiunse l’officina, e fu stupito nello scoprire che l’uomo già lo stava aspettando: lo stava aspettando di fronte all’ingresso, senza la tuta da lavoro.
– Ma il lavoro? – domandò il giovane.
– Oggi ci pensano i ragazzi. La mia giornata è per te, dato che so che uscito dal municipio avresti avuto bisogno di qualcuno. –
– Grazie, papà. –
– Ehi, sono tuo padre, ricordi? – lo rimproverò scherzosamente Burt.
– Non potrei mai dimenticarlo. – mormorò Kurt.
– Forza, una maratona di film ci aspetta. –

Mondo delle fiabe, 3 anni fa

Il giorno dopo aver ricevuto l’invito, la famiglia del taglialegna si presentò al palazzo reale, vestita dei migliori abiti che possedeva.
– Cosa vorranno da noi? – domandò nervoso Finn.
– Non lo so, il tono della lettera era piuttosto neutro. – rispose Carole. – Però non credo sia qualcosa di negativo, sono piuttosto speranzosa. –
– Speriamo davvero. Non ho indossato il mio abito più costoso per nulla! – esclamò Kurt.
Burt ridacchiò al nervosismo del figlio. – Tranquillo, andrà tutto bene. –
– I sorani vi possono accogliere. – li interruppe una guardia, facendo loro strada verso il salone principale.
I quattro seguirono l’uomo in silenzio, rimanendo stupiti per la lussuosità degli interni. Non avevano mai visto nulla di simile.
Attraversarono un lunghissimo corridoio, quando si ritrovarono di fronte alla famiglia reale al completo, che li aspettava con un misto di contentezza e sorpresa. Rachel e Blaine erano chiaramente emozionati, anche se cercavano di contenere l’entusiasmo vista la presenza dei genitori e degli ospiti.
L’umile famiglia si inchinò di fronte ai reali.
– Alzatevi pure. – disse il re, gentilmente. – Dovete essere Burt il taglialegna assieme alla famiglia! Eravamo impazienti di conoscervi. –
– Perchè siamo qui, vostre maestà? Se ci è lecito chiedere. – disse Carole.
– Beh, nessun motivo negativo, statene pure certi. Come forse saprete, i nostri figli, i principi Rachel e Blaine, si incontravano di nascosto con i vostri due figli, Finn e Kurt, giusto? –
Al cenno di assenso di Burt, la regina proseguì. – Ci siamo resi conto che non potevamo obbligare i nostri figli a sposare qualcuno che non amavano, perciò abbiamo rotto i fidanzamenti. Ovviamente, eravamo consapevoli che i nostri figli erano e sono innamorati di Kurt e Finn, perciò non possiamo fare altro che appoggiare questa scelta. – spiegò la regina.
– Vostre maestà, non possiamo che essere onorati di questa vostra decisione. – disse Burt.
– Ci sarebbe solo un piccolo problema. – intervenne il re. – Per quanto riguarda il legame tra Blaine e il vostro ragazzo, non si è mai verificato un matrimonio fra due uomini, e credo che celebrarlo non farebbe che aumentare lo scandalo. Credo che per il momento sarebbe meglio non farli sposare. –
Kurt e Blaine si guardarono tristemente, ma non potevano negare che il sovrano avesse ragione. Sarebbe scoppiato il putiferio se loro due si fossero sposati.
– Capiamo la vostra decisione, vostra maestà. – disse mestamente Kurt.
– Meglio così. Mi dispiace, ma per il momento è la cosa migliore da fare. –

Fu così che Kurt e Finn iniziarono a frequentare il palazzo reale. Finn chiese la mano di Rachel, in un modo così dolce che la ragazza non si potè rifiutare. Il giovane aveva organizzato un picnic solo per loro due, e, nel bel mezzo del pasto, si era inginocchiato di fronte alla principessa e le aveva chiesto la mano, regalandole un anello donatogli dalla madre. Rachel non aveva potuto che acconsentire, e si era gettata tra le braccia del (neo) fidanzato. Dopo una gioia proveniente da entrambe le famiglie, i sovrani non avevano esitato a iniziare i preparativi per un matrimonio in grande stile.

D’altro canto, Kurt e Blaine, che momentaneamente non potevano sposarsi, compensavano questa perdita spendendo praticamente tutti i momenti che potevano insieme. Kurt aveva conosciuto anche Tina, che era rimasta perchè voleva a tutti i costi conoscere Kurt, e il ragazzo l’aveva trovata davvero simpatica.
Un giorno il principe aveva anche portato Kurt in biblioteca, come gli aveva promesso molto tempo prima. Il giovane era rimasto profondamente stupito dall’enorme quantità di libri, e aveva iniziato a saltellare di qua e di là, scoprendo titoli sempre nuovi. Blaine era scoppiato a ridere, innamorandosi sempre di più dell’adorabile innocenza di Kurt.
– Se vuoi ti presto dei libri. – gli aveva detto.
– Dici davvero? Ti sarò in debito a vita! – aveva esclamato Kurt.
– Naah, non ce n’è bisogno. –

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