Only a pair of blue eyes (16° capitolo)

copertina

Capitolo 16
Sue

 

Non lasciare mai che niente ti distragga dal vincere. Mai.
(Sue Sylvester, Glee)

Nostro mondo, oggi

Sue aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per impedire che la maledizione venisse spezzata, ma Kurt era ad un passo dallo spezzarla. Doveva assolutamente trovare un modo per impedire che il suo segreto venisse svelato. Non poteva rischiare che altre persone sospettassero di lei, oltre a Kurt e alla stupida fata madrina.
I suoi pensieri furono interrotti dall’ingresso della sua assistente nel suo ufficio.
– Becky, dimmi pure. – disse dolcemente.
– Finn e Rachel si sono baciati. – rispose la ragazza.
– Me lo dovevo immaginare. –
– Sue, se posso chiedere, perchè stiamo facendo tutto questo? – domandè curiosa la biondina.
– Ho fatto cose molto brutte in passato, e non ho avuto l’opportunità di rimediare. –
– Ma quindi perchè continui a fare cose brutte anche qui? – chiese ingenuamente la ragazza.
– Becky, non riusciresti a capire. –
– Ma Sue… –
– Non ribattere, il discorso è chiuso. – la riprese la donna. – Piuttosto, dovresti fare un’altra cosa per me, ma devi accertarti di essere molto discreta. –
– V-va bene, come vuoi. –

Quel giorno al diner non c’era molta gente, perciò Kurt ne approfittò per prendersela con un po’ di calma. Ad un certo punto entrò Adam. Non aveva molta voglia di parlarci, sperava davvero in una relazione con Blaine e non voleva illudere Adam. Decise comunqe di fingere un sorriso.
– Ciao, Adam, che ti porto? – domandò al ragazzo.
– Te. – disse, con un’espressione seria. Kurt lo guardò sbigottito, ma poi Adam scoppiò a ridere. – Scherzavo, so che stai con Blaine. Portami un hamburger. –
Kurt ridacchiò nervosamente. – Te lo porto subito. –
L’ex taglialegna consegnò velocemente l’ordine al tavolo. – Ecco qui la tua ordinazione. –
– Grazie. Ehi, perchè tutta questa fretta? – domandò a quel punto Adam, vedendo che Kurt si allontanava.
– Devo tornare al lavoro. – spiegò il giovane.
– Fai pure con calma, non c’è quasi nessuno qui. Accomodati pure. – disse Adam, cercando di convincerlo.
– O-ok. – acconsentì seppur riluttante Kurt.
Parlarono un qualche minuto e Kurt riuscì anche a sciogliersi un po’. Nonostante ciò, non riusciva a togliersi di dosso la brutta sensazione che aveva provato sin da quando aveva incontrato Adam per la prima volta. Sembrava nascondere qualcosa.
Mentre Kurt e Adam stavano parlando, entrò nel locale Blaine, ancora scosso per la precedente nottata.
– Kurt! Adam! Non mi aspettavo di trovarvi insieme! – balbettò Blaine.
– Beh, il diner è piuttosto vuoto, stasera, perciò abbiamo approfittato per fare quattro chiacchere. – spiegò Kurt.
– Già, non stavamo facendo nulla di che. – disse Adam, con un sorriso. – Però credo che sia meglio che io vada. E’ stato un piacere poter parlare, Kurt. – aggiunse poi, notando lo sguardo nervoso di Blaine.
– Anche per me! – rispose Kurt. – Ok, cosa sta succedendo? – disse poi, rivolgendosi a Blaine.
– Non mi va che parli con quel tipo, non mi piace. – mormorò Blaine.
– Stavamo solo parlando! Non è successo nulla! Senti non voglio litigare con te di fronte a tutti, andiamo nel retrobottega. – replicò Kurt, nervosamente, incrociando lo sguardo di Rachel e Mercedes, che li guardavano preoccupate.
Dopo pochi attimi i due erano nel retrobottega.
– Blaine, davvero, non ti devi preoccupare di Adam. –
– Dici davvero? Ma se l’unica cosa che gli interessa è stare con te! –
– Ma ti ascolti?! –
– Kurt, so quello che dico. Ho visto gli sguardi che ti lancia, per non dimenticare il bacio che ti ha dato la prima volta che avete parlato. –
– Ti ho già detto che a me lui non interessa. Mi interessi solo tu! – esclamò Kurt.
– Allora perchè non ci siamo ancora baciati? – domandò Blaine, spiazzando l’altro.
– P-pensavo che anche per te non fosse arrivato il momento. Ti sei lasciato da poco con Sebastian e credevo che volessi un po’ di spazio. –
– Non è così. Comunque non capisco una cosa. Ho quasi l’impressione che tu nasconda qualcosa, qualcosa che non mi hai detto. Puoi fidarti di me, sai? – disse a quel punto Blaine, addolcendo il tono di voce.
Kurt a quel punto sbiancò. Cosa ti posso dire? Che veniamo da un altro mondo? Che ho passato due anni a cercarvi, e che sono rimasto sconvolto quando ho scoperto che non vi ricordate nulla? Che mi sono innamorato di te la prima volta che ho incrociato il tuo sguardo?, pensò Kurt, mentre delle lacrime già scivolavano dalle sue guance.
– D-Devo tornare al lavoro. – riuscì a balbettare.
– Kurt! – esclamò Blaine, rimasto senza parole, ma il ragazzo già era uscito.
L’ex taglialegna rientrò all’interno del diner, cercando di asciugarsi le lacrime. Ma Mercedes fu più veloce.
– Tesoro, che ti è successo? – domandò preoccupata.
– Niente, ho bisogno solo di riprendermi un attimo. –
– Finisci pure il turno adesso. – disse la donna.
– M-ma ancora manca molto alla fine del turno. –
– Non preoccupartii, ci penso io qui. Non c’è molta gente. Non puoi lavorare in queste condizioni. –
– Grazie. – mormorò Kurt.
Il ragazzo uscì dal locale, e si avviò verso il centro di Mistbrooke alla ricerca di una boccata d’aria. Non sapeva davvero come comportarsi con Blaine. Non poteva di certo raccontargli la verità, l’avrebbe preso per pazzo.
Però Kurt non fece in tempo ad arrivare in fondo alla via, che un rumore fortissimo partì dal diner. Il ragazzo si voltò di scatto, notando immediatamente il fumo che dirompeva dal locale. Un nome si materializzò nella sua mente. Blaine. Si affrettò a chiamare il 911, e corse verso la locanda. Tipregotipregotiprego. Sapeva che anche Rachel e Mercedes erano lì, e fu estremamente sollevato nel vederle fuori dal locale, seppur un po’ sconvolte.
– State bene? – domandò Kurt alle due donne.
– Sì, siamo riuscite a scappare in tempo. Però Blaine è ancora lì. E’ voluto rientrare perchè un bambino, uno dei suoi piccoli studenti è rimasto bloccato. – rispose Mercedes.
– No! – gemette Kurt.
Nel frattempo arrivarono i vigili del fuoco, che spensero l’incendio.
– Dov’è Blaine? – domandò preoccupato Kurt a uno dei vigili lì presenti.
– Stiamo ancora recuperando tutti quelli rimasti bloccati dentro il locale. Appena saprò qualcosa ti dirò. – rispose cordiale il vigile.
– Lo abbiamo trovato! – esclamò un vigile da dentro il diner.
Un bambino, malconcio ma intero, corse fuori dal locale accompagnato da un vigile, per poi gettarsi piangente fra le braccia della madre.
A quel punto i vigili portarono fuori dal locale Blaine, steso su una barella e incosciente.

Mondo delle fiabe, molti anni fa

La giovane Sue Sylvester (cognome affibiatole dai gestori dell’orfanotrofio in cui era cresciuta), trent’anni, da sempre sognava di poter entrare nella marina o nell’esercito. Voleva poter diventare un comandante, o qualcosa che vi si avvicinasse. Avrebbe potuto dimostrare a tutti che non era la stupida bambina timorosa vessata dai suoi compagni di sventura in orfanotrofio. Sarebbe finalmente stata rispettata.
Fu perciò molto felice di scoprire che la marina reale, governata dal sovrano in persona, avrebbe alloggiato per qualche giorno nella sua cittadina, Silversea. Poteva provare a imbarcarsi con loro.
Perciò di mattina presto si avviò verso il porto, dove alloggiava la marina reale. Era fiduciosa, tant’è che aveva comunicato al suo capo, Glenn, che per quel giorno non sarebbe venuta in lavanderia a lavorare.
In poco tempo arrivò al porto.
– Mi scusi, c’è un comandante con cui potrei parlare? – domandò a uno dei marinai appostati di fronte alla maestosa nave.
– Vattene, biondina, non ce ne facciamo nulla di una donnetta come te! – le gridò uno dei marinai, ridendo poi sguaiatamente con i suoi compagni.
– Ripeto, posso parlare con qualche comandante? – domandò di nuovo, questa volta indurendo il tono di voce.
Il marinaio, seppur rlluttante, indicò alla donna la cabina del comandante.
– Grazie. – rispose Sue, andandosene a testa alta.
Trovare il comandante non fu difficile: era riconoscibile dalle numerose medaglie che decoravano il suo petto e dal fatto che ispirava autorità.
– Mi scusi, lei è il comandante? – domandò Sue.
– Sì, sono io. – rispose stupito, non aspettandosi una donna di fronte. – Cosa vuole? – domandò poi.
–  Vorrei arruolarmi. – rispose lei decisa.
Il comandante scoppiò in una risata isterica. – Lei?! Ma è una donna! Torni a pulire casa o quello che è. Non c’è posto qui per le donnette come lei. –
– Se ne pentirà amaramente. – replicò Sue a denti stretti.
– Come può una semplice donna come lei vendicarsi di un comandante della marina reale come me? Andiamo! –
Sue non rispose, e si voltò di scatto più furiosa che mai. Oh, l’avrebbe pagata, eccome. E con lui tutti quelli che l’avevano tormentata da bambina.
Mentre rientrava verso casa, fu intercettata da un uomo incappucciato, che la trascinò in un vicoletto buio.
– Lasciami! Cosa credi di fare? – esclamò Sue, cercando di sfuggire alla presa dell’uomo.
– Shh, non voglio farti del male. – sussurrò lui, e infatti arrivati al vicoletto mollò la presa.
– Mi chiamo Yensid e sono uno stregone di magia oscura. Ti ho osservato molto in questo periodo, e ho notato che hai una straordinaria sete di vendetta. Potrei aiutarti a soddisfarla. – spiegò l’uomo, mostrando il suo volto.
– Tu cosa ci guadagni? –
– Sai, sono molto vecchio, fra un po’ non ci sarò più. Mi serve qualcuno a cui trasmettere la mia conoscenza, qualcuno che possa portare avanti tutto quello che ho creato. –
Sue osservò per un attimo l’uomo. Sembrava sincero. – Mi sembra ragionevole. Mi voglio fidare, ci sto. – disse infine.
– Perfetto. – rispose soddisfatto Yensid.
– Quando si comincia? – chiese Sue con un ghigno.

Fu così che Sue divenne l’allieva di Yensid. In poco tempo imparò dallo stregone moltissimi incantesimi, e l’uomo le regalò persino il suo libro più prezioso, “Pozioni e incantesimi di magia oscura“, in cui erano contenuti tutti gli incantesimi più oscuri della magia nera.
Quando lo stregone morì, oramai quasi novantenne, Sue aveva imparato buona parte degli incantesimi, ed era pronta alla vendetta.

La donna cominciò a vendicarsi uccidendo in primis tutti quelli che l’avevano tormentata da piccola, facendole subire le peggiori torture (una volta era persino rimasta da sola in uno stanzino per una settimana a causa di un furto che non aveva commesso!). Passò poi a vendicarsi di tutti i marinai che l’avevano derisa, concentrandosi in particolare sul comandante che l’aveva rifiutata. Si divertì particolarmente a vendicarsi su quest’ultimo.
Ma non si fermò qui. Ben presto iniziò a seminare terrore per tutto il regno: godeva del fatto che finalmente era lei ad avere il potere in mano. Neppure il sovrano poteva più controllarla. O meglio, ci aveva provato, ma Sue aveva completamente distrutto il gruppo di soldati che il sovrano aveva inviato per fronteggiarla.
Più di una volta si era anche scontrata con la fata madrina, ma quest’ultima aveva la politica del non uccidere, perciò Sue ne era uscita solo con qualche ferita. Era inarrestabile.

Un giorno, però, mentre vagava per i boschi alla ricerca di ingredienti per le sue pozioni, si imbattè in una ragazzina, all’incirca di quindici anni. Era accovacciata accanto ad un albero, ed era vestita di abiti umili.
Sue rimase profondamente colpita dalla tristezza dello sguardo della ragazzina. Non sapeva perchè, ma sentiva una particolare affinità con lei. Inoltre, la donna notò anche che i tratti della ragazzina dimostravano l’affezione alla sindrome di Down.
– Che ci fai qui da sola? – le chiese la donna, cercando di parlare con il tono più dolce possibile (era da così tanto tempo che era abituata stare da sola che non si ricordava neanche come si facesse).
– Dove dovrei stare? Sono da sola. – replicò lei, abbassando lo sguardo.
– N-non hai genitori o qualcun altro? –
– Sono orfana, e sono scappata dall’orfanotrofio. Ero stufa di essere trattata male. –
– T-ti va di unirti a me? – chiese Sue, stupendosi lei stessa di ciò che aveva proposto alla ragazzina. Sentiva la necessità di proteggerla in qualche modo.
– Perchè no? – rispose la ragazzina, facendo spallucce.

Dopo questo incontro Becky (così si chiamava la ragazzina) si unì a Sue, che per lei divenne quasi una mamma. La prima sembrava essere davvero felice di questo avvicinamento, anche se spesso mostrava un atteggiamento cinico e scontroso, forse frutto degli anni passati in orfanotrofio; la seconda, d’altra parte, iniziò a cambiare atteggiamento. Per la prima volta nella sua vita, sentiva di contare davvero per qualcuno, e perciò incanalò tutte le sue energie in Becky. Quasi non usava più la magia.
Per il bene di Becky, aveva anche cercato di rimediare agli errori che aveva commesso, anche se non poteva riportare in vita i morti, ma non era stata creduta. Veniva ancora considerata pericolosa, ed esclusa da tutti. Ci sarebbe voluto tempo, si disse.

Purtroppo per Sue, gli anni passarono e Becky era diventata una giovane donna, ma ancora loro erano delle escluse dalla società: Sue per il suo passato ignominioso, mentre Becky sia perchè era cresciuta con la donna, sia perchè era diversa da tutti gli altri ragazzi.
Sue decise di rivolgersi alla fata madrina, era l’unica che poteva aiutarle.
– So qual è il vostro problema, ma purtroppo non  c’è nessun esperimento di magia bianca che può aiutarvi, mi dispiace. – rispose la fata.
– Hai detto di magia bianca? Quindi vuol dire che c’è qualche possibilità con la magia nera. – intuì Sue.
La fata la fermò subito – No, non pensarci. Stai andando così bene, Sue, non ritornare sui tuoi passi, non cedere di nuovo all’oscurità. –
– Sono anni che ho smesso di praticare la magia bianca, ma ancora io e Becky siamo delle reiette! – esclamò l’altra.
– Dovete avere pazienza, non è facile. – concluse la fata, svolazzando via.
Dopo la chiacchierata con la fata, Sue riflettè molto sul da farsi. Non voleva cedere di nuovo all’oscurità, ma non poteva permettere che le cose continuassero così. Decise di dare giusto un’occhiata al vecchio libro donatole dal suo maestro, Yensid. Era da anni che non lo apriva più, ma lo conservava in uno scaffale polveroso. Passò delle ore alla ricerca dell’incantesimo che potesse fare per lei, e alla fine lo trovò. Era un incantesimo che permetteva di trasportare un’intera popolazione in un altro mondo, un mondo senza magia, facendo perdere a tutti la memoria. Avrebbero avuto ricordi nuovi, con le identità completamente cancellate. C’era solo un inghippo. C’era la possibilità che l’incantesimo venisse spezzato, che le persone riacquistassero la memoria. La persona che avrebbe posseduto uno speciale ciondolo, passato di generazione in generazione, avrebbe potuto spezzare l’incantesimo attraverso il bacio del Vero amore. Sue decise di tentare l’incantesimo, non prima di aver bruciato la pagina nella quale veniva spiegata la questione del bacio. Non poteva permettere che l’incantesimo venisse spezzato.
Con non poca fatica radunò gli ingredienti: il cuore di una persona pura, il cervello di un saggio e le lacrime di una persona amata. Impiegò circa sei mesi per radunare gli ingredienti, e alla fine decise di lanciare il maleficio nel giorno del matrimonio della principessa Rachel. Sapeva che ci sarebbe stata una grande festa, che avrebbe radunato moltissime persone, e voleva avere la possibilità di veder cadere i sovrani del regno, gli stessi che l’avevano costretta all’isolamento.
Il gran giorno arrivò, e Sue osservò tutta la cerimonia nascosta nel palazzo, con Becky accanto, e attese che i due giovani pronunciassero le loro promesse per lanciare l’incantesimo. Pochi attimi dopo, una nube viola si dipanò per tutta la sala e tutti crollarono a terra. Ce l’aveva fatta.

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