Caro amico, chattiamo?

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L’uomo è un animale sociale, diceva Aristotele nel Politica. Sembra che questa frase sia stata fortemente esasperata. Credo che ognuno di voi sia iscritto almeno a un social network, io stessa ne sono iscritta a diversi.

Bene, sicuramente avrete notato come la comunicazione sia fortemente cambiata attraverso questi strumenti: una volta che si conosce una persona, non si dice più ‘Ci rivediamo’, ma ‘Ci aggiungiamo si Facebook’, o simili. Premetto che non sono un’esperta in comunicazione, i miei studi si orientano altrove, perciò le mie riflessioni sono solo frutto della mia esperienza con i social network fino a questo momento.

Detto ciò, non credo che questi strumenti siano necessariamente negativi: permettono di mantenere i contatti con persone che abitano anche molto distanti fra di loro, e allo stesso tempo possono far nascere delle belle amicizie (che poi si possono anche trasformare in amicizie ‘reali’, e non solo virtuali), grazie alla condivisone di interessi comuni. D’altro canto, però, tutto questo contatto, quasi moltiplicato, può portare sicuramente a degli svantaggi: sicuramente si rischia di parlare con persone sbagliate, che non hanno buone intenzioni, ma non c’è solo questo. Con i social network, ognuno si sente libero di dire qualsiasi cosa, senza filtri. E questo porta ad una esplosione incontrollata di odio. Quanti ragazzi sentiamo, ad esempio, che si suicidano a causa del bullismo subito su internet? Perché non ci si chiede mai: direi questa cosa dal vivo?

A parer mio, inoltre, c’è anche un altro problema, forse anche più grave: non si riesce più a godere appieno la vita vera, quella al di fuori dei social network. È proprio di una decina di giorni fa la notizia della ragazza americana sconvolta a causa della chiusura, da parte di Instagram, del suo account. Perché diamo così importanza a quello che pensano i nostri contatti Facebook, o i followers su Instagram e Twitter? Non riusciamo più a goderci una passeggiata all’aria aperta, una cena con gli amici o una visita culturale senza evitare di farlo sapere sui social. Non voglio escludermi da questo processo, ovviamente.

Credo che dovremmo riappropriarci della nostra realtà offline, delle relazioni vere e di quello che ci circonda, senza l’intermediazione degli apparecchi elettronici. Di imparare, a volte, a stare da soli, senza aver paura della solitudine. Altrimenti perderemmo la nostra essenza umana.

Vi lascio con questa citazione del sociologo Derrick de Kerckhove, forse pessimistica ma a mio parere estremamente reale:

“Siamo in uno stato di connessione permanente e questo è terribilmente interessante e affascinante. È una specie di riedizione del mito di Zeus Panopticon che sapeva in ogni momento dove era nel mondo, ma ha insito in sé un grande problema che cela un grave pericolo: dove inizia il nostro potere di connessione inizia il pericolo sulla nostra libertà individuale. Oggi con la tecnologia cellulare è possibile controllare chiunque, sapere con chi parla, dove si trova, come si sposta. Mi viene in mente Victor Hugo che chiamava tomba l’occhio di Dio da cui Caino il grande peccatore non poteva fuggire. Ecco questo è il grande pericolo insito nella tecnologia, quello di creare un grande occhio che seppellisca l’uomo e la sua creatività sotto il suo controllo. […] Come Zeus disse a Narciso “guardati da te stesso!” questa frase suona bene in questa fase della storia dell’uomo.”

(da Alla ricerca dell’intelligenza connettiva, Intervento tenuto nel Convegno Internazionale Professione Giornalista: Nuovi Media, Nuova Informazione – Novembre 2001)

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